Ti è mai capitato di discutere di persona con qualcuno, accedere poco dopo a Facebook e trovare una pubblicità relativa proprio a ciò di cui hai appena discusso? Se sì, sappi che non sei l’unico.

Gli esperimenti

Basta infatti una veloce ricerca su un qualsiasi motore di ricerca per trovare tantissime testimonianze, anche video, a supporto della tesi secondo cui Facebook userebbe il microfono degli smartphone per ascoltare le conversazioni, ricavarne le parole chiave e usarle per pubblicità mirata. Alcuni utenti hanno anche effettuato veri e propri esperimenti, discutendo (di persona) di prodotti che non usano mai e che quindi non hanno mai cercato su internet in passato (ad esempio cibo per gatti non avendo gatti), verificando come al primo accesso a Facebook trovassero proprio la pubblicità di quel prodotto.

I più pericolosi? Malware e attacchi web

6.73 milioni sono una cifra impressionante, se si considera che è calcolata su una media per singola azienda. A cosa è dovuta quest’enorme voragine? C’è forse un tipo di attacco a cui le nostre aziende sembrano più vulnerabili? Secondo i dati del Ponemon Institute sicuramente le minacce più pericolose sono i malware (che contribuiscono per il 19% a quei 6.73 milioni medi di perdite) e gli attacchi web (18%). In una fascia media troviamo i malicious insiders (ovvero persone interne all’azienda che effettuano le intrusioni, 13%), i codici maligni (12%), la negazione di servizi (11%) e il furto di device (10%). Incidenza relativamente minore hanno il phishing (8%), i ransomware (6%, tuttavia in continua crescita su scala globale) e i botnets (3%).

Identify TV e Music

Si tratta di una credenza diffusa fin dagli albori del social network, ma che ha ottenuto incredibile popolarità a partire dal maggio 2014. In tale data Facebook ha infatti rilasciato (solo in alcuni paesi) la feature “Identify TV e Music” che usa il microfono dello smartphone per identificare musica o programmi televisivi, trovando ad esempio quale specifica puntata di una determinata serie televisiva sta venendo riprodotta in quel momento. Si tratta comunque di una funzione che richiede permessi specifici da parte dell’utente e che viene attivata solo con uno specifico input.

Le smentite ufficiali 

Eppure la convinzione che Facebook usi il microfono degli smartphone anche quando non espressamente concesso si è diffusa tanto che il social network di Zuckerberg ha dovuto pubblicare ben due smentite ufficiali. La prima, pubblicata sul sito ufficiale il 2 giugno 2016, ha ribadito che Facebook può accedere al microfono solo se sono garantiti i permessi e in presenza di un input esplicito (la suddetta feature o la registrazione di un video). La seconda, affidata ad un tweet di Rob Goldman, vicepresidente del settore pubblicità, ha bollato come “semplicemente non vero” questo tipo di accuse, per Facebook come per Instragram (sempre di proprietà del colosso di Menlo Park).

Le possibilità teoriche 

Ma veniamo al dunque: c’è qualche fondamento di verità oppure è una bufala come tante altre? In linea teorica captare l’audio delle conversazioni dovrebbe generare del traffico facilmente rilevabile. C’è però da dire che, nel caso le informazioni inviate fossero delle semplici parole chiave in formato testuale, il traffico sarebbe infimo. Il riconoscimento vocale inoltre funziona anche offline, come facilmente dimostrabile mettendo lo smartphone in modalità aereo e dettando qualcosa.

I rischi per Facebook

Insomma, che “Facebook ci ascolti” è tecnicamente possibile, ma molto improbabile. Sarebbe infatti altamente controproducente per la compagnia di Mark Zuckerberg rischiare uno scandalo di portata mondiale con danni incalcolabili a fronte di un ricavo tutto sommato trascurabile. Perché ricorrendo a simili strategie non si otterrebbe null’altro che una maggior precisione nel proporre pubblicità mirate, che d’altro canto riescono già ad essere estremamente performanti incrociando i dati di ciò che gli utenti scrivono, delle foto che postano e dei collegamenti con gli amici.

L’illusione della frequenza

La spiegazione più semplice e probabile resta quindi quella relativa al fenomeno dell’”illusione della frequenza”, ovvero la tendenza della mente umana a scartare le informazioni quando non sono correlate con qualcosa. Se insomma ci ritroviamo a parlare di gatti e subito dopo Facebook ci propone pubblicità di cibo per gatti, magari semplicemente non ricordiamo tutte le altre volte in cui il social network ci ha proposto qualcosa di analogo. Come ha efficacemente riassunto il professor David Hand dell’Imperial College London, interpellato dalla BBC in merito, “siamo evoluzionisticamente propensi a cercare spiegazioni”. Anche quando magari semplicemente non esistono.

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