Ci sono importanti novità sul fronte dei computer quantistici, di cui avevamo già parlato in passato. Si tratta di una tecnologia che sfrutta un diverso tipo di calcolo, immensamente più veloce di quello ordinario. Questo perché i bit quantistici (qubit) possono assumere molteplici valori, al posto dei classici 0 e 1 dei bit “convenzionali”.

La sperimentazione

Finora sulla tecnologia aveva investito principalmente la canadese D-Wave, rilasciando una serie di prototipi sempre più potenti che tuttavia erano macchine per la risolvere problemi ben definiti, più che veri e propri computer. Insomma, si trattava di esperimenti confinati nei laboratori di ricerca, sui quali peraltro erano stati espressi diversi dubbi.

L’annuncio di IBM

In questo quadro risalta come un fulmine a ciel sereno l’iniziativa di IBM, che al Ces di Las Vegas ha annunciato Q System One, il primo computer quantistico dedicato all’effettivo utilizzo da parte delle aziende. A differenza dei D-Wave, questo modello sarà quindi impiegato per risolvere problemi reali.

Le condizioni

Parte dello scetticismo verso il quantum computing era dovuto al fatto che richiede condizioni molto particolari, fra cui una temperatura vicina allo zero assoluto e la totale assenza di vibrazioni o di onde elettromagnetiche. In questo IBM Q System One non fa alcuna eccezione.

Lavoro in cloud

La casa di Armonk ha tuttavia pensato a una soluzione ingegnosa: il computer quantistico sarà accessibile in cloud tramite IBM Q Network, mentre la macchina fisica resterà presso IBM, adeguatamente monitorata. Per i prossimi mesi IBM ha annunciato l’apertura del primo Q Quantum Computation Center (a Poughkeepsie, New York), per permettere alle utenze business di scoprire i nuovi sistemi quantistici.

La potenza

In realtà Q System One non brilla particolarmente per potenza di calcolo: i suoi 20 Qubit rappresentano una potenza inferiore a quella dei migliori supercomputer tradizionali sul mercato (stimata in un equivalente di 50 qubit).

Le prospettive

Bisogna tuttavia considerare che si tratta del primo prodotto a mettersi in gioco “sul campo”. Nel caso l’iniziativa dovesse andare per il meglio, infatti, produrre modelli più potenti in tempi brevi non sarebbe un problema. Basti pensare che il primo D-Wave del 2011 già poteva contare su una potenza di 128 qubit, e l’ultimo modello del 2017 contava addirittura 2048 qubit. Insomma, “trovata la quadratura” sull’utilizzo di tutti i giorni, passare a modelli davvero rivoluzionari sarebbe solo questione di tempo.

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