In relazione all’emergenza coronavirus, si fa un gran parlare delle app di tracciamento. Ma come funzionano esattamente? Quali rischi possono portare alla privacy individuale? Difficile rispondere a queste domande in maniera univoca, dato che i progetti messi in campo sono molteplici, fra iniziative private (come quelle di Apple e Google), pubbliche o semi-pubbliche.

“Dovrebbero?”

Possiamo tuttavia provare a spiegare come funziona la tecnologia DP-3T (prevista anche dall’app scelta dal governo italiano, Immuni) e come si può pensare di salvaguardare la privacy ed evitare, per quanto possibile, falsi allarmi ed effetti collaterali. Per farlo ci avvaliamo principalmente delle informazioni pubblicate dall’app di tracciamento ufficiale svizzera DP-3T, la cui uscita è prevista per l’11 maggio.

Bluetooth.

Innanzi tutto, questa tecnologia “misura” la vicinanza tramite Bluetooth. Inutile quindi scaricare un’app di tracciamento senza tenere il Bluetooth acceso, almeno fuori casa. Non viene utilizzato il segnale GPS perché ritenuto troppo poco preciso, anche se lo stesso Bluetooth presenta qualche criticità. In questo modo non vengono infatti rilevate eventuali pareti e “protezioni” fra un soggetto e l’altro, solo la mera distanza: potrebbero quindi essere considerati “a contatto” un automobilista fermo al semaforo e un pedone nel marciapiede vicino, o due vicini di appartamento divisi da un muro.

Scopo.

Lo scopo di queste app non è tanto il tracciamento dei contatti in quanto tale, quanto piuttosto avvisare i soggetti potenzialmente a rischio. La differenza potrebbe sembrare risibile, ma in realtà è considerevole: le app si scambiano infatti dati in forma anonima, senza indicazioni spaziali precise e tenendo traccia solo del tempo relativo (alla positività accertata).

Funzionamento.

Ma come funziona esattamente un’app di questo tipo? Facciamo un piccolo esempio:

  • Una persona scarica l’app di tracciamento (il cui codice è generalmente pubblico, in modo che sia possibile verificarne il funzionamento).
  • Quest’app invia messaggi Bluetooth totalmente casuali ad intervalli di tempo brevi, in genere una manciata di minuti. Essendo stringhe di caratteri casuali, non viene condivisa la posizione (del resto il GPS può anche restare spento) né alcun dato personale.
  • Se nei paraggi (a portata di Bluetooth) è presente un’altra persona con la stessa app (o una compatibile), dopo pochi minuti (l’intervallo descritto sopra) le due app cominciano a scambiarsi messaggi Bluetooth, sempre totalmente casuali.
  • L’app memorizza tutti i messaggi ricevuti nelle ultime due settimane (periodo di incubazione del CoVid-19), mantenendo quindi una serie di codici alfanumerici completamente inutili per eventuali hacker (o “poteri occulti”).
  • A quel punto, se la prima persona viene riconosciuta come positiva, l’ospedale fornisce un codice utile a caricare i codici inviati dal suo cellulare in un’apposita lista di codici inviati da soggetti positivi (in questo modo si evitano falsi allarmi da parte di malintenzionati che vogliono scatenare il panico, e la privacy è protetta dal fatto che vengano condivisi solo codici generati casualmente).
  • L’app della seconda persona nel frattempo sta monitorando regolarmente la lista dei codici inviati da soggetti positivi, confrontandola con quella dei codici scambiati via Bluetooth negli ultimi 14 giorni.
  • Se fra le due liste vi sono più corrispondenze consecutive (sinonimo di esposizione a una persona positiva per più di qualche minuto), l’app avvisa la seconda persona di mettersi in quarantena.
  • Contando che si stima i soggetti diventino contagiosi almeno 3 giorni dopo l’effettivo momento di infezione, una quarantena immediata interromperebbe a tutti gli effetti la catena di contagio. Chiaramente in questo caso bisogna contare sulla responsabilità del secondo soggetto, ma perché scaricare l’app per poi non seguirne le istruzioni?

Piena operatività.

Come nota a margine, vi comunichiamo che MelaC ha ripristinato la piena operatività anche per quanto riguarda gli interventi on-site.

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