La notizia dell’arresto in Canada di Meng Wanzhou, CFO di Huawei e figlia del fondatore Ren Zhengfei, ha fatto in breve il giro del mondo. L’azione è stata eseguita su mandato degli Stati Uniti (verso i quali la donna rischia l’estradizione) per presunte violazioni all’embargo USA verso l’Iran.

Il colosso cinese

Al di là delle implicazioni strettamente legali, a far notizia è l’ennesimo scossone che questa notizia assesta al mondo delle telecomunicazioni. Huawei vanta infatti un fatturato stimato di 100 miliardi di dollari, è il secondo produttore mondiale di smartphone (per unità vendute) ed è all’avanguardia in moltissimi altri settori tecnologici, fra cui l’intelligenza artificiale e lo sviluppo di reti 5G.

Le tensioni con gli USA

E’ importante rilevare come Huawei sia diventata il secondo produttore mondiale di smartphone quest’anno, superando proprio l’americana Apple. Questo nonostante il rapporto con gli Stati Uniti e in particolare con l’amministrazione Trump sia sempre stato molto teso, al punto che il colosso di Shenzhen è arrivato a pensare di abbandonare Android (dell’americana Google) per costruirsi una propria piattaforma (ne avevamo parlato qui).

Le preoccupazioni americane

In realtà non è solo Huawei, ma l’intera industria hi-tech cinese ad essere sotto stretta osservazione da parte americana, come dimostrano i provvedimenti commerciali restrittivi nei confronti di ZTE (anche questi accennati come sopra). La preoccupazione principale negli States riguarda la sicurezza: in device così avanzati è davvero facile inserire dispositivi atti allo spionaggio o al sabotaggio informatico. Non esistono prove in tal senso, né per Huawei né per altri produttori cinesi, ma quella americana può essere considerata una sorta di politica di autodifesa preventiva, vista l’ampia supervisione sulle aziende private che l’ordinamento cinese accorda al governo (ulteriormente rafforzata dalla legge sull’intelligence del 2017).

Una tensione di lunga data

Per quanto la guerra commerciale fra Cina e USA si sia acuita con la presidenza Trump, in realtà il contenzioso risale al 2012, durante la presidenza Obama. E’ stata infatti la precedente amministrazione democratica a denunciare i “rischi per la sicurezza nazionale”, tanto da cessare ogni acquisto di sistemi di telecomunicazione cinesi.

La battaglia per il 5G

Huawei non è solo telefonia mobile: il colosso cinese è all’avanguardia nello sviluppo delle reti 5G, per lo sviluppo delle quali sta concorrendo in tutto il mondo. Gli USA hanno già bandito Huawei dalle loro aste per le frequenze 5G, immediatamente seguiti da Australia e Nuova Zelanda. Il pressing diplomatico americano ha fatto sì che anche British Telecom chiudesse a qualsiasi ipotesi di collaborazione con Huawei, di fatto chiudendo a Shenzhen anche le porte del Regno Unito.

Un “fronte italiano”?

Il nostro Paese, pur essendo storico alleato diplomatico degli Stati Uniti, ha anche ottimi rapporti con Huawei. Il gigante cinese vanta infatti una collaborazione decennale con Telecom Italia, che ha aiutato nel realizzare collegamenti ADSL e fibra ottica in alcune regioni del Sud. Anche da noi inoltre Huawei è in prima linea per le sperimentazioni sulla rete 5G, di cui avevamo parlato in questo articolo. L’Italia è stata inoltre il primo paese in cui Huawei ha raggiunto la vetta delle classifiche di vendita degli smartphone, superando non solo Apple ma anche Samsung.

La situazione potrebbe insomma riguardarci più da vicino di quanto si pensi, essendo l’Italia un partner chiave sia per gli Stati Uniti che per Huawei.

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